Tanti slogan e poco cervello: la non-emergenza immigrazione

NON-EMERGENCY

Senza offesa, ma il dibattito sull’immigrazione, se dibattito si può chiamare, non è altro che una battaglia di slogan, uno più falso dell’altro.

Non è un’emergenza, è un fenomeno costante

Il primo dato di fatto è che NON si tratta di un’emergenza, ma di un fenomeno costante. Forse abbiamo dimenticato che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento (1876-1915), circa 14 milioni di italiani lasciarono il nostro paese: una media di oltre 350.000 persone all’anno.

E non diciamo, per favore, che erano tutti specializzati, preparati, grandi lavoratori. Sicuramente moltissimi avevano una gran voglia di lavorare, ma abbiamo esportato anche la mafia. E come venivano trattati? Consiglio di rileggere il libro di Gian Antonio Stella “Quando gli albanesi eravamo noi”: italiani considerati di razza incerta per colore della pelle e caratteristiche somatiche.

Purtroppo non abbiamo imparato nulla.

Due politiche serie, non le cannonate

È ovvio che non possiamo accogliere tutti, che dobbiamo bloccare e/o rimpatriare i criminali. Ma se non si avviano due politiche serie e concrete, una di integrazione e una di aiuto nei paesi di origine, il fenomeno non potrà essere controllato neppure con le cannonate e i blocchi navali.

Aiuti concreti nei paesi di origine: le promesse mancate

Il primo passo è un aiuto concreto nei paesi di origine, per ridurre la spinta alla partenza. Ma su questo piano, a parte tante promesse e tanti soldi spesi per le varie organizzazioni, si vede ben poco di concreto. Il famigerato Piano Mattei, da questo punto di vista, è un contenitore vuoto che serve solo a fare propaganda. E gli aiuti internazionali, sempre più ridotti, sono spesso uno spreco di risorse che va a vantaggio di pochi, compresi gli “aiutanti”.

Progetto Susan, nel proprio piccolo, ha dimostrato che si può fare diversamente: con pochissime risorse (circa 500.000 euro in oltre 20 anni) ha ottenuto risultati più che concreti. Lavorare in sinergia con le comunità locali, senza calare dall’alto progetti e interventi, produce risultati reali e apprezzati dalle persone.

Integrazione vera, non demonizzazione

Il secondo passaggio è la gestione dei flussi migratori, con interventi veri di integrazione e inserimento delle persone nelle nostre comunità. Continuare a demonizzare l’Islam fa solo il gioco degli estremisti, a danno delle tante persone che vivono questa religione con fede e con atti concreti di solidarietà.

E cosa dovremmo dire di chi, come Donald Trump, utilizza il cristianesimo per giustificare guerre e ingiustizie? O di chi getta fango sull’ebraismo in nome del sionismo? O di tanti cristiani che per “prossimo” intendono solo il simile, andando contro il vangelo stesso?

Le religioni hanno sempre rappresentato due facce dell’essere umano: solidarietà e amore da un lato, odio e integralismo dall’altro.

Per fortuna, scusate l’espressione, ma mi ritengo fortunato, sono ateo: se faccio qualcosa di male non temo la punizione divina, ma il mio giudizio critico; se faccio qualcosa di positivo, penso solo di non aver sprecato del tutto la mia presenza sulla terra.

Lingua, ricongiungimenti, lavoro: gli ingredienti dell’integrazione

Tornando all’integrazione: sono fondamentali l’insegnamento della lingua, la possibilità dei ricongiungimenti familiari e il lavoro, non lo schiavismo moderno, non lo sfruttamento. Il nostro paese, non lo dico io, ha un bisogno estremo di manodopera. Se non si impostano politiche per inserire i migranti in modo regolare e vivibile, per loro e per noi, saranno guai.

  • Andrea Cecchini, sabato 1 agosto 2026
Tanti slogan e poco cervello: la non emergenza immigrazione. Agosto 2026

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