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Lettere

Franco Galanti
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Angela Vettese

Franco Galanti

Cara Angela Vettese,

La sua risposta ( il sole 24 ore, 16/12/2007) che trovo ancora oggi ricca di intelligenti domande, quasi 20 anni fa ( ! ) mi convinse a lasciare che fosse il tempo a risponderci. E in effetti le parole a volte in via del tutto generale, sono convincenti o meno a seconda di come ci si comporta.

Senza grosse pretese io ho fatto e faccio ancora quello in cui credevo e credo, di cui le scrissi, in campo artistico.

Ho ottenuto poco, ma un po’ più di niente.

Nel 2002 avevo fondato con pochi amici una piccola associazione, Ar.So. Arte solidale, poi gemellatasi con una piccola organizzazione friulana di volontari, www.progettosusan.com è il sito di riferimento.

Ar.So. , satellite artistico di Progetto Susan, dalla sua nascita dona, affitta e vende in beneficenza dipinti disegni sculture e fotografie, opere mie e di altri artisti, alcuni moderatamente quotati. Tutti i soci sono comproprietari di un pool di opere, ogni artista diventa socio donando anche una sola sua opera se accettata, ed è poi libero di fare, come artista, quel che ritiene individualmente.

Uno di questi artisti soci e donatori, Gerardo Lunatici, mio caro amico per oltre 40 anni, è morto recentemente a seguito di un incidente stradale.

Per reagire al dolore di questa perdita e anche per farle conoscere, se vuole, quello che lui ha fatto (trova facilmente qualcosa in rete, ad esempio su YouTube) le rispondo, con molto ritardo, malinconia e una punta di auto ironia.

” … La concezione dell’arte come qualcosa che abbia a che fare con la sensibilità sociale…” non è filosoficamente convincente, se il suo messaggio fu questo, condivido. L’arte occidentale di per sé è innanzitutto libera, quindi nel farla si è liberi di fregarsene altamente dei drammi umani e sociali. Così molti artisti noti, e meno noti. Tuttavia, per lo stesso motivo, un artista è altrettanto libero di lasciarsi ossessionare dalle ingiustizie, di disgustarsi o almeno disdegnare certi aspetti del sistema mercato dell’arte contemporanea, perfino i collezionisti, le gallerie e i critici, siano influenti e intelligenti come lei o meno. Tutto può essere, e chiunque ha inevitabilmente una sua etica: dove regna libertà autentica a maggior ragione, quindi un artista può come essere umano ritenere valida l’opportunità, innanzitutto, di donare.

” … Lo scopo dell’arte è davvero soprattutto questo di dare…? “

Direi di no. Non necessariamente. L’arte non ha scopo se non farla e gustarla, non serve perché non è serva di nessuno, nella migliore ipotesi nasce da una urgenza espressiva ed è un bisogno individuale, ma dà senso all’esistenza di qualcuna/o il farla, o l’occuparsene.

Dare può però essere una ricerca di senso ulteriore della vita, lo scopo non dell’arte, ma di uno o di un altro artista, dopo aver fatto (o tentato di fare) arte. Detto più semplicemente può essere obiettivo di un essere o di un gruppo umano coniugare, insieme, fino al tentar di rendere indissolubili bellezza e giustizia. Celebrare cioè non disgiuntamente fuse ma insieme etica ed estetica.

Questa è ancora la mia idea, che suona antica come un arcaismo grecizzante, ma secondo me si può aggiornare a dispetto di tempi disumani.

Va detto che io sono Giurassico, le meraviglie concettuali mi intrigano molto meno della pittura e delle cose fatte colle mani più che con il cellulare oppure con l’aiuto di lA. Potrei quindi non interessare lei e nessuno. Ma non credo che pittura e scultura siano ancora morte, e finché riesco, proseguirò. Sarei comunque felice di ricevere pareri o consigli da Lei su come rendere più accettabili certi principi che arso persegue. Senza impegno, quando vuole.

Un cordiale saluto, Franco Galanti

A che servono i monumenti? | Franco Galanti

Scrive giustamente Angela Vettese su «Domenica» del Sole 24-Ore del 9 dicembre che nell’arte sperimentale il monumento non ha più luogo e che gli antropologi dovrebbero dire la loro su cosa oggi lo ha sostituito. A parte il cinema e il web, ancora niente lo ha sostituito. Luigi Zojanel suo libro Giustizia e bellezza (Bollati Boringhieri) suggerisce che il monumento e il museo decadono perché manca oggi un’agorà reale, a dispetto di numerose comunità virtuali.
Certo, ci sono anche i musei, e certo, molti miliardari prestano le loro collezioni, le lasciano in eredità, istituiscono fondazioni. Tutto questo però non restituisce la piazza al cittadino. Un museo di forte impegno sociale a quali condizioni non è una contraddizione in termini?
Come scultore, o più modestamente come appassionato impastatore d’argilla, ho salutato la recente distruzione della mia unica scultura monumentale (una raffigurazione di Socrate nell’atto di bere la cicuta che esposi a Parma nel 1986, di cui rimane qualche foto) a opera del tempo quasi con sollievo. Per fare spazio nello studiolo ingombro di piccole sculture oggi regalo quelle in terracotta o le offro in beneficenza.
Inviterei tutti gli artisti, i più quotati in particolare, a esporre periodicamente opere in comproprietà, potrebbero nascere progetti per rivoluzioni civili, non violente. Analogamente, il guadagno derivante da operazioni in cui il critico ha successo andrebbero criticate, se il guadagno non fosse almeno in parte devoluto a sostegno di gente molto povera, contro la divaricazione tra chi ha troppo e chi niente.
Questo del donare opere non è certo una novità, e in questi anni va esplodendo il business dell’umanitario. Le persone potrebbero fare la differenza in arte, e se il pubblico potesse partecipare diversamente, fuori dalla “élite museale”, se si realizzassero mostre sobrie, aperte all’interattività di vecchie bambini, se in trasparenza si potesse discutere in loco, di luci e ombre della solidarietà, l’arte visiva godrebbe di maggior considerazione, rinascerebbe un anfiteatro senza rinunciare alla pittura o alla modellazione.
Franco Galanti

il sole 24 ore, 16/12/2007

Franco Galanti ad Angela Vattese
Angela Vettese

Angela Vettese

critica d'arte

Critica d’arte e professore associato di teoria e critica dell’arte contemporanea presso l’Università Iuav di Venezia, ha insegnato all’Università Bocconi di Milano e dal 1986 scrive per il supplemento Domenica de Il Sole 24 Ore.

Angela Vettese | Risponde

Gentile Franco Galanti, ciò che descrive nelle ultime righe della sua lettera è l’utopia verso la quale si sono spinti di recente molti giovani curatori e molti artisti. L’obiettivo di numerose manifestazioni à la page, tra le quali citerò soltanto la «Stazione Utopia» della Biennale di Venezia nel 2003, è stato appunto ricreare un’agorà aperta all’interazione rivolta a grandi, piccini e intellettuali. Per la struttura partecipativa che si era data, la mostra si è potuta permettere di presentare almeno un monumento: un ulivo portato da Yoko Ono a cui i visitatori potevano attaccare un’etichetta con il proprio desiderio maggiore. A fine mostra i desideri sono saliti al cielo in un piccolo rogo, complice il moto ascendente del fuoco. Resta però il problema che quell’angolo di pensiero solidale lo si incontrava alla fine di una rassegna per addetti ai lavori, della quale si comperava il biglietto solo se già selezionati da un proprio interesse. Proprio l’èlite museale di cui lei parla. Per inciso. una dimensione umanitaria dell’arte non ha necessariamente a che fare, io penso, con il monumento e la sua attualità: nel momento in cui al New Museum di New York si apre la mostra «Unmonumental», a Parigi si progetta una serie di mostre sul
tema della scultura monumentale ea Londra si commissionano opere di enorme impatto da mettere su di un piedistallo rimasto vuoto e Trafalgar Square. Temo cioè che la validità del monumento e la concezione dell’arte come qualcosa che ha a che fare con la sensibilità sociale non siano due ordini di problemi necessariamente legati.
Certamente, il primo punto resta schiavo di molte possibili ambiguità: siamo proprio sicuri che una pratica artistica tutta basata sul devolvere non entri in un fastidioso ideologismo? Ricorda quando David Hammons offriva palle di neve per le strade di Harem Era una protesta verso il mondo dell’arte, un modo per entrarvi dalla porta di lato o un sincero regalo alla propria comunità di appartenenza? Lo scopo dell’arte è davvero soprattutto quello di dare, o non anche quello di pensare, di riflettere, di fare entrare nelle case dei ricchi- perché no-provocazioni che li inducano a una maggiore coscienza delle loro responsabilità? Non sono domande facili e non ho risposte. Soprattutto se considero la fusione storica, ineluttabile e costante, tra l’arte intesa come luogo del pensiero e la stessa pensata come bene di ostentazione, di investimento e di scambio non solamente simbolico.
Angela Vettese

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