MOVI Movimento Volontari Italiani : DIFENDIAMO IL VOLONTARIATO-VOLONTARIATO:

pur con piena solidarietà e collaborazione con le imprese sociali

In questa fase della nostra vita civile e politica – al di là delle schermaglie, vere o finte, fra i firmatari del “contratto di governo” – il vero rischio che corriamo è quello che potremmo definire la sagra dell’equivoco: quando si dice A intendendo B. Il che nel nostro settore equivale più o meno a un disastro. Perché se si vanta in pubblico una politica a favore del volontariato e poi si annunciano (non “si fanno”,per carità, tanto c’è sempre tempo…) esclusivamente provvedimenti per l’impresa sociale, in tutti noi che viviamo in realtà organizzate maanche informali, in logica comunitaria piuttosto che aziendalistica, crescono dubbi e preoccupazioni. E allora rieccoci qui a sottolineare per l’ennesima volta la diversità frale due realtà. Come è noto l’impresa sociale – che in fondo in fondo all’origine spesso è  generata in seno al volontariato – produce servizi,è oltremodo utile alla società, soprattutto negli ambiti (welfare) dove lo Stato si sta inesorabilmente ritirando, ma la sua logica fondamentale è, necessariamente “aziendalistica”: deve far quadrare costi e ricavi, entrate e uscite per produrre il meglio con le risorse disponibili. Il fatto che rinunci a distribuire utili agli azionisti (non profit) per reinvestirli nel sociale è certamente un dono, ma necessariamente la sua azione tende ad essere sempre più “produttivistica” per far fronte al continuo aumento dei bisogni che deve soddisfare a fronte di scarsità di risorse.

E’ vero che nella maggioranza dei casi fa di tutto per mantenere nella sua azione lo spirito “relazionale” del volontariato, dove si differenzia radicalmente dalle imprese for profit, anche da quelle cosiddette “Benefit” attente non solo agli azionisti ma a tutti i portatori di interessi (stakeholders)a cominciare dagli utenti, ma il volontariato è un ambito diverso, per certi versi rovesciato. Infatti i volontari, siano essi singoli o aggregati in gruppi informali o in Associazioni o reti, pensano alle persone e ai beni comuni e, nella loro azione, mettono al primo posto la relazione personale, di vicinanza, di con-divisione, di partecipazione attiva, e tutto il resto va in secondo piano perché la loro risorsa è l’esserci oltre che il fare – anche se i servizi che produce non sono proprio indifferenti in termini di risultati – anche perché gioca spesso anche esperienze e competenze rilevanti e alleanze fertili con forze sia pubbliche che del privato sociale che delle professioni; e lascia in secondo piano tutto il resto beninteso nell’ambito dei vincoli di legge. Su questo attiriamo l’attenzione del dirigente pubblico che sta dando formato normativo alla legge di riforma, proponendogli una angolazione visuale diversa da quella “aziendalistica” consueta: infatti il volontariato-volontariato non si aspetta tanto provvedimenti di preferenza o sgravi fiscali o facilitazioni operative quanto riconoscimento di presenza (ci siamo anche se non iscritti a qualche registro pubblico) e di intervento (veniamo chiamati a co-progettare), di cittadinanza attiva (anche quando operiamo in ambiti non elencati nel Codice del TS) e sperimentiamo strade nuove (innovando e con questo creando le basi per generare anche imprese sociali). Il volontariato-volontariato si aspetta innanzitutto riconoscimento e semplicità, quindi adempimenti formali minimi (tanto non c’è corruzione da temere dove girano pochi soldi, e per lo stesso motivo non dovrebbero esserci tasse), disponibilità ad accessi a strutture pubbliche (scuole, giardini, edifici più o meno dismessi o confiscati …) e incentivi a individuare interventi, infine sostegni per sperimentare e proporre finalità nuove e soluzioni efficaci da disseminare. Così come ricordiamo ai dirigenti pubblici e privati, quando si avvalgono di volontari, di utilizzarli per quello che sono e non solo come modo per abbattere i costi. Perché se si tagliano le gambe al volontariato caricandolo di oneri burocratici od ostacolandolo con normative asfissianti (o si fraintende la sua opera sul campo), si ottengono effetti al di là delle intenzioni, si frustrano anche le sue capacità di “generare” altre espressioni della società civile (TS). Il volontariato ha vissuto una prima fase, nella quale si mirava ad aggregare, difendere, stabilizzare valori e realtà. Poi una seconda fase, che è consistita nell’intervenire nella società, non più a rimorchio della crescita, e sempre in via sussidiaria e non sostitutiva, puntando anche a incidere sulla cultura e la prassi sociale più ampia. Ci siamo accorti strada facendo che se non si riesce a far emergere nella società intera una presa di coscienza, apportando elementi di speranza, investendo nelle persone, frenando e compensando la deriva verso l’indifferenza e l’egoismo personale e di gruppo, si va verso un’altra direzione, la barca punta sugli  scogli anziché verso il mare aperto… Per questo abbiamo scommesso sulla responsabilità civile, la cittadinanza attiva, la gratuità, la solidarietà http://www.movinazionale.it/images/AppelloMoVI2018.pdf : perché se tutto è misurato soltanto sul PIL, si va verso l’aziendalismo, quindi si sostiene l’immediato – ed è in certa misura necessario perché l’impresa sociale con la politica dei tagli è sempre più in affanno – ma se questo vuol dire sacrificare la ispirazione e la spinta ideale del volontariato, di quelle imprese forse non ne nasceranno più e in questo modo si compromette il futuro delle prossime generazioni.

Piergiorgio Acquaviva

Movità anno 15 ; n. 1 ; gennaio – aprile 2019

 

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